venerdì 9 dicembre 2011

Gassman, immigrazione, malavita e umanità


A parte il titolo, infelice. A parte il fatto che è un remake e che spesso i remake soffrono, soprattutto se l’originale era Cuba and His Teddy Bear, un off-Broadway con Robert de Niro. In realtà Roman e il suo cucciolo, lo spettacolo che Alessandro Gassman sta portando in giro con uno splendido cast, è un ottimo adattamento oltre che uno spettacolo d’impatto.


Anziché un immigrato cubano spacciatore e cocainomane che vive a New York, Gassman è un immigrato rumeno (con accento molto verosimile) spacciatore e cocainomane che vive a Roma, dove, mutatis mutandis, la tragedia dell’immigrazione è spesso fatta di un uguale percorso di emarginazione e povertà a cui solo la malavita sembra poter offrire riscatto, prima di essere foriera di nuova infelicità e disgrazie.

È così che il commovente passato di Roman, di cui è testimone il fedele amico, un passato fatto della dura realtà della povertà degli immigrati in cerca di fortuna altrove, si intreccia con il presente del figlio, fonte di speranza per il padre, in realtà risultato di un’assenza di radici e di identità, di una vita fatta di espedienti e sotterfugi, di ricerca di sé nell’altro, che si manifesta sotto forma di un buco con un poeta idealizzato.

Uno dei punti di forza della pièce è l’intreccio tra bene e male, tra speranza e disillusione, tra amore e odio, tra felicità e disgrazia, tutti estremi che vite estreme più facilmente toccano. Così come un cast davvero brillante, da Gassman a Manrico Gammarota, senza escludere nessuno.

Un punto debole è una sorta di ammiccamento al pubblico, con una limatura della crudeltà (nonostante un copione fin tragico) laddove la vita è spesso meno comprensiva.

Intenso invece il Verfremdungseffekt che regala l'interazione tra palcoscenico e video.

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