sabato 21 novembre 2009

Torino Film Festival – Aaron Schneider – Get Low

A parte il cast, che è davvero strepitoso: Robert Duvall, Bill Murray, Sissy Spacek.

Il film è ambientato nel Tennessee degli anni Trenta, l'accento del Sud si fa sentire, e le abitudini sono quelle di provincia. Per questo un eremita che da quarant'anni vive isolato e che all'improvviso lancia una lotteria sulla sua casa pur di riunire quante più persone possibile intorno a lui fa scalpore.

Con la barba e i capelli incolti che se ne vanno, con il vestito nuovo che prende il posto dei vecchi abiti da lavoro, con il sorriso che si apre su una faccia altrimenti sempre imbronciata, cambia anche la pelle interiore di quest'uomo.

Il film è di quelli intensi, raccontato con la maestria dei grandi, che ti sanno far sentire il peso di una vita e dei piccoli minuti, istanti, che a volte decidono tutto.

venerdì 20 novembre 2009

Torino Film Festival – Elia Kazan – A Tree Grows in Brooklyn

Il primo tuffo al cuore, per quanto mi riguarda, in questo film di Elia Kazan del 1945, è l'ambientazione, che dopo aver visitato Orchard Street, nel LES a Manhattan, puoi davvero rivivere e sentire autentica.

Come in quei casi, infatti, anche nelle case di Brooklyn in cui è ambientato il film, i tenants, gli affittuari, vivono alla giornata, tra lavori rimediati all'ultimo e vite pesanti, risparmi fino all'ultimo penny ma grande dignità e onestà.

Le vedi vivere, quelle strade, con la folla che in quegli anni incessante le batteva, i tram che le attraversavano, i bambini in giro da soli. Le vite appese a un filo, la morte sempre dietro l'angolo, malattia e infortuni senza assicurazioni, bastava niente per far finire una famiglia umile in povertà.

Fin troppo bene lo sa la madre della storia, che della vita si gode ben poco, sempre intenta a lavorare e risparmiare per ovviare all'irregolarità di un marito sognatore, bravissimo a cantare, che nella vita avrebbe voluto fare l'artista e, pur andando a lavorare ogni qualvolta può, non manca di bere e vivere la vita come viene, senza un minimo senso della realtà.

In questo due figli e uno a venire, costretti a diventare adulti sin da bambini, dove l'istruzione è un lusso, più che un obbligo, e il piacere di vivere sempre minacciato dalla povertà.

Il mondo dell'immigrazione di quegli anni in America è davvero ben descritto, in questo film, insieme a quello della disperazione e della speranza. Non manca il bel finale e non mancano nemmeno le lacrime. Grande Kazan.

giovedì 19 novembre 2009

Torino Film Festival - Francis Ford Coppola

Quando il nome è questo, uno può farsi anche un bel po' di coda, anche con quei buzzurroni del Film Festival, che a volte scambiano la gente in fila per una scolaresca mentre fanno avanzare il pubblico come una mandria di buoi.

Ad ogni modo, quando, dopo un montaggio di alcuni dei film di successo della sua American Zoetrope, la casa di produzione che ha fondato 40 anni fa praticamente insieme a George Lucas, entra in sala, è una vera apparizione.

Alto, barba e capelli bianchi, vestito grigio chiaro, una camicia bianca lasciata di fuori, sciarpa in seta color bordeaux al collo e basco alla francese in testa. L'aura da grande star, ma il sorriso e lo sguardo, dietro agli occhiali, da brava persona.

Che volentieri, grazie anche a una bella bottiglia di vino piemontese che ammette di essersi appena bevuto a cena, si dà a questo pubblico, ringrazia per il premio ricevuto e si lascia andare ai ricordi della sua carriera, il desiderio di fare un certo tipo di film più intimisti e la necessità di produrre invece i film che faranno sopravvivere la casa di produzione, primo fra tutti Il Padrino. Da lì segue una carriera intera costellata di grandi successi grazie alla quale ha fatto grandi fortune, che ha perso completamente e poi ricostruito. La società di produzione è ora nelle mani dei tre figli, racconta, e racconta anche come è nato questo suo ultimo film, Tetro.

Vicino ai settanta, ricorda i vent'anni e il genere di film che allora avrebbe voluto fare. Da un vecchio cassetto tira fuori l'abbozzo di una sceneggiatura di quell'epoca: come le falene sono attratte dalla luce, così per il protagonista del film c'è una luce ad attrarlo. Sarà un fratello emigrato a Buenos Aires con cui riallacciare e ricostruire la propria storia.

mercoledì 18 novembre 2009

Torino Film Festival – Nicholas Ray – Party Girl

Da quel poco che sto scoprendo di lui, Nicholas Ray i suoi attori li sapeva proprio scegliere.

In questo gangster movie del 1958, Robert Taylor e Cyd Charisse sono infatti perfetti per una storia d'amore che si trova a dover schivare i colpi della mafia, nella Chicago di chi quasi inevitabilmente deve cedere, senza troppi perbenismi né orgoglio, al potere della forza.

Il primo a colori dei suoi film che vedo, è davvero molto bello.

martedì 17 novembre 2009

Torino Film Festival – Daryl Wein – Breaking Upwards - ovvero: Is it ever possible to grow apart together?

Se la vostra coppia attraversa una crisi, non guardate questo film. Potreste iniziare a piangere all’inizio e non finire più.

Perché Daryl Wein e Zoe Lister-Jones, che oltre a interpretarlo, il film lo hanno anche scritto (e il film si basa sulla loro storia), sanno esattamente che cosa significa, per una coppia, attraversare una crisi.

Quello che la innesca, chissà perché, alla fine è sempre quello che ci ripensa. E quello che la subisce, chissà perché, è sempre quello che poi alla fine non ci sta, a tornare indietro.

Qui metteteci anche la New York più splendente che io abbia visto ultimamente al cinema, con tanto di parchi, famiglie ebree e community gardens, metteteci lo yo-yo dei sentimenti e della vita, la facilità con cui si fanno nuovi incontri (ma è quella la felicità?), mixate il tutto e saprete già cosa vi aspetta. In ogni caso, non perdetelo.

P.S. Non posso non sottolineare come i sottotitoli italiani di questo film fossero farciti di errori. Peccato.

Torino Film Festival – Nicholas Ray – The Lusty Man

Dunque di questo film del 1952 devo indubbiamente riconoscere i meriti. È ben costruito, la storia è verosimile, i personaggi sono ben descritti, i fallimenti e la facilità con cui si può andare alla deriva, pure.

Robert Mitchum, è vero, è bravo.

Però, per qualche ragione, non è un film che tocca le mie corde più profonde. A tratti lento, (ma può essere la stanchezza di vedere tanti film di seguito), il passaggio dai contesti noir urbani all'America profonda dei rodei non è certo dei più facili.

lunedì 16 novembre 2009

Torino Film Festival – Sebastian Silva – La nana (The maid – La tata)

Una domestica, da vent'anni a servizio di una borghesissima famiglia di Santiago del Cile, di cui ha allevato i 4 figli, ha vent'anni di rancore accumulato, un bisogno incredibile di vita e una paura fottutissima di perdere il poco che ha.

In uno strano rapporto di potere rovesciato con la padrona di casa, che è l'unica a difenderla sempre e comunque, impone all'intera famiglia la propria, burbera, rancorosa e autoritaria routine, facendo fuggire le persone che le vorranno affiancare per alleviarle il compito di mandare avanti tutto.

In realtà la sua stanchezza e i suoi mal di testa non sono dovuti alla fatica fisica, ma al grave stato in cui versano i suoi affetti. Dovrà arrivare un'altra domestica, che per prima forse la saprà abbracciare con verità, per farle scoprire la gioia di vivere, l'amore fisico, la bellezza di ciò che è fuori dalle 4 mura di casa. Una vera e propria iniziazione alla vita.

È un film che tocca per la cattiveria, lo spaesamento, la follia della protagonista, e questo mondo che le ruota attorno. Fino al momento in cui il sorriso può finalmente far capolino sul suo volto.

Bellissimo.

domenica 15 novembre 2009

Torino Film Festival – Adrian Biniez - Gigante

Il gigante di questo film è un gigante buono, un ragazzone grande e grosso dagli occhi limpidi, dalla delicatezza inversamente proporzionale alla forza delle sue manone, cui ricorre solo quando c'è da incazzarsi per davvero, che è soprattutto quando un suo amico subisce un torto.

In una Montevideo colpita dalla crisi, dove per sopravvivere si fanno diversi lavori e lavori alienanti, attraverso i tortuosi percorsi della solitudine fatta di chat in Internet e pedinamenti, un uomo e una donna finiscono per ritrovarsi, chiamandosi semplicemente per nome, sul lungomare della città.

Interessante il tema del controllo con le telecamere, riflesso di specchi, controllo al rovescio, gioco tra ciò che è vero e ciò che è filtrato.

È un film in cui non mancano i momenti umoristici, dati dall'ingenuità che è soprattutto genuinità del personaggio principale. Assolutamente sì.

Torino Film Festival – Nicholas Ray – In a lonely place



A introdurre il film è la moglie Susan Ray, che mette subito in chiaro il suo approccio molto personale ai film del marito, non da studiosa, ma da moglie, alla ricerca, in ogni scena, dell'uomo che ha amato. Che nei suoi film non teme di mettersi a nudo, di mettere a nudo la sua enorme solitudine.

I protagonisti di questo film del 1950 sono uno strepitoso Humphrey Bogart e una bellissima Gloria Grahame, il cui stile di recitazione, perfetto per la tagliente attrice che deve tener testa al cinismo dello sceneggiatore, sembra raggiungere i propri limiti verso due terzi del film, per poi rivelarsi intensissimo e unico, azzeccato e insostituibile alla fine.

In a lonely place è un capolavoro. Nella costruzione, nella recitazione, nell'intensità del finale, un crescendo di angoscia e inevitabilità, che così bene racconta l'angoscia e l'inevitabilità della vita. Un film davvero imperdibile che consiglio a chiunque di vedere. Possibilmente in inglese.

Torino Film Festival – Nicholas Ray – A Woman’s Secret

Il Torino Film Festival dedica quest'anno una retrospettiva a Nicholas Ray, e quasi casualmente, come accade nei festival, quando arrivi e a seconda dell'ora finisci in una sala piuttosto che in un'altra, capito in questo film del 1949.

Nel film compare Gloria Grahame, attrice di Nicholas Ray che sarà divina in In a lonely place, ma la vera protagonista è Maureen O'Hara, bravissima e bellissima, così come bravissimo è Melvyn Douglas, cui già spetta il ruolo pungente e caustico che sarà di Humphrey Bogart nel film successivo, e che evidentemente sembra rispecchiare. Se non mancano parti di dialogo e scene incisive, la costruzione del noir in sé non è molto convincente, e a risollevarne le sorti è solo la recitazione.

sabato 14 novembre 2009

Torino Caffè Basaglia e Cabaret Sauvage

È in Via Mantova 34. Non che fosse molto lontano. Ma una volta la febbre, e una volta una rapina, e una volta chi ti dà buca. Sembrava che fosse impossibile arrivarci, in Via Mantova.

Questa sera c’è chi rilancia. C’è un concerto. Andiamo al Basaglia? Io correggo: il mitico Basaglia? Non so, preferisco non fare piani, tanto vanno sempre a monte.

E come sempre, meno sono le aspettative, più sono le possibilità che succeda qualcosa di bello.

Il mitico Caffè Basaglia, al secondo piano di una zona che è già luogo di riscoperta urbana, è un posto accogliente. All’ingresso, chi non ce l’ha, si fa la tessera Arci. E poi in fondo, in una sala insonorizzata, un gruppo che suona.

Si chiamano Cabaret Sauvage, sono una chitarra acustica con armonica a bocca, basso, chitarra elettrica e batteria. Voci sparse. Un folto gruppetto di groupies ventenni balla a ritmo e canta le canzoni. Più che amiche, sembrano vere fan.

La canzone che ci accoglie, e che è anche la mia preferita, è Timidi Eroi (Capra), una delle poche in italiano, azzeccata nel testo e nell’evoluzione, bel giro di chitarra, iperorecchiabile, interpretata bene. Una bella cover dei Beatles, altri brani in cui l’armonica la fa da padrone. La voce più penetrante è quella del batterista. Hanno un bel sound, di quelli che potrebbero fare strada. Forse meglio in italiano che in inglese.

Al bancone, una birra da ordinare, qualche tavolino in cui sedersi per una chiacchiera in pieno relax. Questa sera era un concerto, domenica sarà la presentazione di un libro, ce n'è per tutti i gusti. Un posto in cui tornare di sicuro.

Ah, dimenticavo. Questa sera, per la prima volta in vita mia, i Cabaret Sauvage mi hanno fatto sentire la nostalgia dei miei vent'anni. Non per il vissuto in quanto tale, ma per la possibilità che rappresentavano. Sarà questa la via del non ritorno?

giovedì 12 novembre 2009

Rebecca Saxe: Come si forma il giudizio morale nel cervello

Ripubblico questo TED TALK, ora munito di sottotitoli.

Traduzione italiana di Cristina Vezzaro, revisione di Carlotta Cerri

mercoledì 11 novembre 2009

100 poesie dalla DDR, ISBN Edizioni, Uwe Kolbe


Uwe Kolbe
Viviamo con crepe


Viviamo con crepe nei muri,
ci hai fatto caso?
Viviamo su assi che si scolorano,
sotto un soffitto ondeggiante.
La finestra è da tempo
corrosa dal marcio, s’infiltra
già in estate senza ostacoli
la fredda aria notturna.


Abitiamo come illegali, renditi
conto ogni giorno che altrimenti
saremmo tutti e due per strada.


Siamo accampati a Prenzlauer Berg,
quattro rampe di scale fin sotto il tetto.
I piccioni quasi se ne vanno avanti e indietro.
Gli aselli li uccido senza che tu mi veda
in fretta sotto il davanzale,
il ragno nero sotto il lavabo,
cinquant’anni, nella cucina
li ammazzo a dispetto del grande disgusto,
nonostante lo spettacolo, di certo estetico,
e mi vengano i brividi sulla schiena.


Ho dipinto le porte di nero,
cosicché i visitatori, troppo rari,
arrivano, con sguardi interrogativi:
una bara? in questo modo si sottolinea
l’insostenibilità? no no, forte
pizzico uno strumento,
vi offro del tè caldo, a voi
cortesi e spossati,
quassù invero giunti
e ancora rido al rumore della grandine,
quando il cielo si fa più tetro,
ancora rido nel fiume di lacrime
e nel freddo tra noi.
Nella polvere degli odori dei corpi rido,
godendomi a fatica
la sicurezza che ci è offerta.


traduzione di Cristina Vezzaro


© 2009 Verlag Klaus Wagenbach
© Isbn Edizioni S.r.l., Milano 2009
Titolo originale: 100 Gedichte aus der ddr, Isbn Edizioni

martedì 10 novembre 2009

100 poesie dalla DDR,ISBN EDIZIONI, Durs Grünbein


Durs Grünbein
Quel mattino

Quel mattino finirono gli anni 80
con i residui degli
anni 70 che parevano
gli anni 60: sobri e turbolenti.
«3 decenni con una speranza spenta…»

Prenditi un negativo (e dimentica): quelle
file che si incrociavano alle
fermate, gli ingorghi nel
traffico del mattino, gesti

tutti congelati all’edicola, i
malintesi («È
ferito?») –
(«Conosce DANTE?»). Li vedevi

aspettare, isolati alcuni dal fulgore del loro
esilio. L’aria (altrimenti
inviolabile)
era piena di scene da
film di Chaplin, un
vortice di pigmenti grigi, giorno e
notte di piogge grigie della
centrale a carbone sopra la

morta somiglianza di tutti gli angeli morti
senza braccia e senza gambe sulle
rovine tutt’intorno. Sì va bene,
pensavi: questo luogo
come qualsiasi altro
qui nella Mitteleuropa
dopo il sorger del sole con

mandrie di nuvole al galoppo e l’intrico di voci
mattutine come colte
dal risucchio

di un porto… È questo? Mentre vai
avanti, ti scaldi, saluti
un paio di estranei sbadigliando
(«Uno che sbadiglia!)» arci-
stufo delle tautologie, della fame, della

lenta introduzione a questa giornata.
traduzione di Cristina Vezzaro


© 2009 Verlag Klaus Wagenbach
© Isbn Edizioni S.r.l., Milano 2009
Titolo originale: 100 Gedichte aus der ddr Isbn Edizioni

P.S. Nella formattazione del blog si perdono i rientri effettivi della poesia.

lunedì 9 novembre 2009

100 poesie dalla DDR, ISBN Edizioni, Gabriele Eckart


Gabriele Eckart
Addio terra

Voi spie e alte mura
Voi slogan: NOI VINCITORI DELLA STORIA
E i miei falsi benefattori
Che mi hanno teso ago e filo per cucirmi insieme
le labbra
Addio terra
Che lentamente soffoca per le cose inespresse
Qui ho imparato il terrore
Negli incubi correvo
Finché qualcuno come un dio mi lanciava una scala di corda
Ma mi trattenevano, mentre volevo arrampicarmi, alle gambe
Prendo la mia strada
Addio a voi amici
Che nel bisogno ho imparato a distinguere
Voi pochi
Senza cui tutto sarebbe stato vano
La mia anima il mio corpo il mio urlo

traduzione di Cristina Vezzaro

© 2009 Verlag Klaus Wagenbach
© Isbn Edizioni S.r.l., Milano 2009
Titolo originale: 100 Gedichte aus der ddr, Isbn Edizioni

domenica 8 novembre 2009

Torino, L’Osto del Borgh Vej

A Torino, in piazza IV Marzo, l'Osto del Borgh Vej è un ristorante di gran qualità. I piatti sono di tradizione piemontese ma sono rielaborati, con intelligenza e gusto, dal cuoco Angelo. I prezzi naturalmente sono da vero e proprio ristorante, ma anche il servizio e la qualità lo sono. Quindi, per una cena davvero impeccabile, è un ottimo indirizzo.

Voto: 9

sabato 7 novembre 2009

Torino Tre Galli

La Vineria Ristorante Tre Galli, in via Sant'Agostino a Torino, è un posto che merita per varie ragioni. Innanzitutto l'ambiente è davvero piacevole. Via di mezzo tra vecchia trattoria e moderno concetto di recupero di tavoli e sedie non coordinate, con, al piano superiore, alcune salette accoglienti, una con un tavolone quadrato, libreria intorno e una lampada Tolomeo che, importante, posa la propria luce sul tavolo. In secondo luogo la cucina è davvero buona e l'offerta a pranzo comprende un menu dal prezzo decisamente onesto.

Voto 8 ½

venerdì 6 novembre 2009

Berlino Ma è l’inverno?


Dopo aver fatto il giro del museo, voglio tornarci con la macchina fotografica, visto che si possono fare fotografie senza flash. Ma la tipa che segue tutta la mia evoluzione e che controlla l'ingresso aspetta che io arrivi davanti a lei per dirmi in malo modo "e dove pensa di andare?".

Le spiego che vorrei fare semplicemente un secondo giro per fare qualche fotografie. E lei continua, sempre in malo modo "non penserà mica di portare dentro la borsa e il cappotto".

Sinceramente il tono, le parole sono al limite della maleducazione. Ma c'è poco da fare. Questi sono tedeschi. E questa è Berlino. Io che la conosco lo dovrei sapere. Non c'è nemmeno cattiveria dietro, è proprio il loro tono, diverso dal nostro. Soprattutto se ci sono regole di mezzo.

Ora che ci penso, non è proprio quello che rimproverano alla bolzanina che c'è in me? Be', allora forse le radici sono anche queste.

giovedì 5 novembre 2009

Berlino Hackescher Markt e dintorni

Dall'Hackescher Markt si fa sempre volentieri una passeggiata nel Scheunenviertel, lungo la Rosenthaler Strasse, Neue Schönhausestrasse, Alte Schönhauserstrasse, fino alla Rosa Luxemburg Platz, e poi su per Schönhauser Allee, fino ad arrivare alla Kollwitzstrasse.

I negozietti alternativi qui però hanno lasciato il posto a boutique molto care, e bisogna arrivare fino a Prenzlauerberg per trovare qualche negozio di seconda mano ancora abbordabile. E poi, semplicemente, le biciclette che sfrecciano e la gente che cammina in fretta stretta nei giacconi, con cappelli sciarpe e guanti. Qui è già arrivato l'inverno. Troppo in fretta forse, e troppo bruscamente. Sembra che nessuno lo stia accettando. Il silenzio si fa sentire e mi sta entrando nelle ossa. Sarei pronta per un clima estivo adesso.

mercoledì 4 novembre 2009

Berlino Neue Nationalgalerie


La Neue Nationalgalerie di Berlino, quell'edificio tutto in vetro disegnato da Mies van de Rohe, per intenderci, è un posto dove fa sempre piacere andare.

Anche ora che la collezione permanente non è aperta al pubblico (fino all'anno prossimo, mi è stato detto), sono comunque esposte, oltre alle fotografie di Thomas Demand, molte opere, da Max Ernst a Alexander Calder passando per Giacometti, Jean Arp e molti altri.

Fuori, l'autunno lascia i segni sulle pareti di pietra. In lontananza, il dito puntato in cielo di Renzo Piano, che ogni volta guardo ma mai riesco a farmi piacere. Meglio la tenda del Sony Center. E lì accanto i grattacieli. Il Kulturforum mantiene il suo fascino, ma quanta fatica faccio questa volta a non farmi penetrare il freddo nelle ossa.

martedì 3 novembre 2009

Woody Allen – Whatever Works Basta che funzioni

Dall'Upper East Side, Woody Allen scende a Mott Street, Chinatown. E con lui scendono i suoi personaggi. Che da professori alla Columbia University e articolati intellettuali, si trasformano in bigotti di provincia alla scoperta della grande città. E con essa della loro vera natura, l'essenza della vita. La cinica genialità per la ragazza ingenua e ignorante, che poi però si fa riaffascinare dall'amore e dal romanticismo, il sesso e la trasgressione di un ménage à trois per la madre di famiglia bigotta, devota e abbandonata, l'omosessualità repressa per il padre di famiglia incapace di riconoscersi e riconoscere la compagna. Mentre come una ruota la felicità gira, e va su e giù, e quel che oggi crediamo darci felicità domani diventa il nostro tormento mentre arriva la nuova cosa che di nuovo crediamo essere la felicità. Non è vero che Woody Allen si continua a ripetere. Woody Allen continua a invecchiare e a vivere, e un po' degli stravolgimenti che racconta, è chiaro, lui li ha vissuti. Tutto qui, direi.

martedì 27 ottobre 2009

Berlino Hamburger Bahnhof

Come il Musée d'Orsay, anche questo museo è stato ricavato negli spazi di una vecchia stazione che ora ospitano arte contemporanea. Ci sono opere importanti. Il Mao pop di Warhol (gigante, occupa una parete intera!), insieme a molti altri quadri suoi, un merziano neon "Che fare?", opere di Anselm Kiefer, Cy Twombly, Rauschenberg. Non mancano opere più contemporanee. Quelle di Nam June Paik, ad esempio, già passato anche al Castello di Rivoli. E poi un'intera sezione dedicata a Joseph Beuys, a video e opere sue.

Gli spazi sono piacevoli. In una mattinata in mezzo alla settimana, all'orario di apertura, non c'è praticamente nessuno. C'è anche un interessante video (che durerebbe cinque ore) del 1975 su Winifred Wagner, moglie del figlio di Richard Wagner e responsabile del Festival di Bayreuth, in cui parla della sua ammirazione e del rapporto della famiglia con Hitler.

Accanto, il caffè Sarah Wiener, dove passare qualche ora e assaggiare una delle tante torte buone.

Nel museo, oltre a me e a poche altre persone una scolaresca italiana, evviva.

Tradurre I piccolissimi peccati di un coro

La traduzione italiana dell'opera di René Pollesch è una traduzione che viene da lontano. Oltre a darmi il DVD dello spettacolo e il testo, l'assistente alla regia mi aveva infatti detto che l'opera si ispirava liberamente a due film, un film francese del 1976, Un éléphant ça trompe énormément, di Yves Robert, e un film di Woody Allen del 1992, Husbands and Wives.

Questo ha di fatto influenzato la traduzione italiana in più di un modo. Sin dal titolo, che nel lavoro di Pollesch è Ein Chor irrt sich gewaltig, libero adattamento del titolo tedesco scelto per il film francese degli anni settanta, Ein Elephant irrt sich gewaltig, e che anche in italiano è stato quindi deciso seguisse un percorso analogo, introducendo la nozione di coro ma basandosi sul titolo Certi piccolissimi peccati scelto per la versione italiana dello stesso film. E questo non è che l'inizio di un'influenza che, di fatto, risulterà grande nel testo.

Perché le parti cinematografiche che sono riprese nella struttura teatrale sono molte, pur con personaggi stravolti, e di fatto chiunque pensi, in Italia, a Woody Allen, non potrà non ricordare, nella voce che a noi è stata regalata da Oreste Lionello, la causticità, la forza pungente di un'ironia tagliente che con freddezza vede e dice le cose, analizzandole. Ora, ricordando che questo non è che un richiamo, e che a quegli attori si sostituiscono i grandissimi attori di questa produzione della Volksbühne, una su tutti Sophie Rois, si potrà intuire forse lo spirito su cui si costruisce, con grande sapienza, un testo teatrale in cui non manca l'urgenza, la necessità di parlare di temi di attualità. Sono questi i passi molto densi, intensi, ma di forte impatto, che lungo il testo si snodano e si ripetono, quasi a voler ribadire un concetto che poi, grazie alla stessa ironia, prende forma e si modella nelle menti degli attori e degli spettatori.

I giochi di parole, le assonanze su cui gioca il testo, intermezzato da chansons francesi – e subito torna in mente un altro film francese di Alain Resnais degli anni novanta, On connaît la chanson –, il tono degli enunciati alternato alle ripetizioni e alle battute: di tutto questo si compone la traduzione, che anche per i soprattitoli rimane praticamente 1:1 - Pollesch non si lascia certo ridurre. Insomma un testo di cui il traduttore deve naturalmente approfondire significato e origini, ma che in sostanza viene restituito allo spettatore italiano così com'è stato reso al pubblico tedesco e che resta altrettanto godibile, e "godibile", non si può che dirlo, è una parola chiave in questo coro!

sabato 24 ottobre 2009

Teatro Stabile di Torino – René Pollesch - I piccolissimi peccati di un coro – Ein Chor irrt sich gewaltig

I piccolissimi peccati di un coro
Ein Chor irrt sich gewaltig

teatro carignano

dal 25/10/2009 al 25/10/2009

prima nazionale spettacolo con soprattitoli in italiano

testo e regia René Pollesch
con Jean Chaize, Brigitte Cuvelier, Christine Groß, Sophie Rois
coro Claudia A. Daiber, Jana Hampel, Lisa Hrdina,
Anna Kubelik, Marie Löcker, Silvana Schneider, Nele Stuhler
Lisa Wenzel
scene e costumi Bert Neumann
luci Frank Novak
direttore del coro Christine Groß
drammaturgia Aenne Quinones
traduzione e sottotitoli a cura di Cristina Vezzaro

Volksbühne am Rosa Luxemburg-Platz
Berlin (Germania)


«Noi siamo già abbastanza buoni!» (D.Dath). Cosa accadrebbe allora se muovessimo una critica violenta a questo capitalismo dominante? Starebbero finalmente zitti? Perché si limitano a dire che noi dovremmo essere uomini migliori? Come diceva Brecht nell'Opera da Tre Soldi: «Prima viene il mangiare poi viene la morale!». È facile parlare di principi quando si ha lo stomaco pieno! Con arguzia esplosiva e acume seducente l'autore e regista René Pollesch analizza il mondo del lavoro e della vita contemporanea, nella sua complessità e contraddittorietà.

durata 1h
prospettiva.teatrostabiletorino.it

venerdì 23 ottobre 2009

Berlino Prater

A Prenzlauerberg, sulla Kastanienallee, c'è uno dei Biergarten storici di Berlino, il Prater. In estate è un bel giardino con i tavoloni a cui sedere e gustarsi una birra o qualcosa da mangiare al fresco. In inverno rimane un ristorante aperto fino a tardi. Accanto c'è ora un teatro che ospita anche un locale.

Ecco la mia giornata al Prater, spazio alternativo della Volksbühne durante i lavori di ristrutturazione. Inizio lavorando al piano superiore, dove guardiamo la traduzione che domenica arriva al Carignano per lo Stabile di Torino. Prima delle prove, nel pomeriggio, mangiamo a questo tavolone di legno che può ospitare fino a 15 persone. E, ancora una volta, regna il silenzio. Se non fosse per le nostre chiacchiere – la collega è un'attrice tedesco-spagnola con animo molto spagnolo – che non riescono a essere troppo discrete. Per il resto, una famiglia con bambini silenziosi. Una coppia di anziani silenziosi. Un'altra famiglia silenziosa. Insomma. Regna il silenzio ovunque.

Nel pomeriggio, le prove, al tavolone fuori una pausa, un incontro di lavoro. Quindi la sera lo spettacolo, ed è allora che il posto si anima e la Berlino che amo prende forma, popola il posto. Per questo la città stupisce. Capisco che chi arrivi in un giorno di brutto tempo, magari d'inverno, possa restare colpito dal silenzio e dal freddo. Ma Berlino non è davvero una città a cui affidare la prima impressione. È un posto che vive nei locali, nei bar, nei negozi, nei ristoranti. La creatività, l'energia di Berlino non si svelano troppo facilmente. Sebbene non sia necessario frequentare chissà quali posti per viverle. Sono lì, bisogna solo avere il tempo e lo spazio per sentirle. È questo, direi, il suo fascino.

giovedì 22 ottobre 2009

Berlino Volksbühne

Questa Berlino inizia alla Volksbühne, un teatro di Berlino, alla Rosa Luxemburg Platz. È un edificio bellissimo, degli anni 20, vero e proprio esempio dell'architettura dell'epoca.

Oggi questo "palco del popolo" è un simbolo della contemporaneità. Ospita infatti alcuni dei registi tedeschi più all'avanguardia. In fase di ristrutturazione, ne ho potuto visitare solo gli uffici e la mensa.

Ecco, la mensa. La mensa dei dipendenti. È un posto sottoterra, praticamente, dove regna il silenzio. Non è ancora mezzogiorno, ma qui è già ora di pranzo. C'è un forte contrasto tra la sala, spartana ma a suo modo molto accogliente, con i grandi tavoli rotondi in legno e le comode sedie in legno – nulla delle impersonali mense moderne dai tavoloni in compensato colorato e le panche o sedie in plastica colorata – e questo silenzio. La sensazione è un po' di tristezza, un po' di angoscia. La luce entra a fatica nel seminterrato. In fondo, in una stanza adiacente, si intravvede il neon del self service, ma la sala in cui si mangia sembra un qualsiasi locale berlinese.

La gente beve e mangia, in silenzio. Qualcuno chiede di sedersi allo stesso tavolo, la cui circolarità dovrebbe predisporre a uno scambio di battute. Ma la gente che beve e mangia lo fa in silenzio. Anche quella che si conosce.

Fuori, il cielo è azzurro, limpido come nelle fredde giornate invernali. Non posso non fare alcune fotografie alla scritta accattivante e al simbolo, tutto moderno, di questo storico teatro. Lì accanto c'è il cinema Babylon, ottimo riferimento per i film d'essai, lungo la piazza un bar e negozi di giovani stilisti.

martedì 13 ottobre 2009

Torino Circolo Canottieri Esperia

Se in un posto ci capiti una sera di ottobre che ancora ti regala tempo da passare all'aperto.

Se ci capiti mentre nell'elegante salone centrale c'è una festa importante in corso ma sulla terrazza che affaccia sul Po c'è ancora qualche tavolino libero, anche a sera inoltrata, con una candela accesa ad attenderti.

Se quando ti siedi il servizio è rapido e cortese e il cibo genuino.

Se dai Murazzi giungono i suoni e le voci di un sabato sera che inizia e sarà lungo, ché è ancora caldo.

Se nel cielo la luna è piena.

Se dal salone arrivano le colonne sonore degli anni passati.

Se i fuochi d'artificio illuminano all'improvviso il cielo e, ricchi, fanno stringere gli uni agli altri come la notte di Capodanno.

Se, infine, la compagnia è ottima.

È difficile non amare questo posto.

Voto 9.

lunedì 12 ottobre 2009

Gastón Duprat, Mariano Cohn - L’artista

Scorrendo rapidamente la trama nei giornali rimane impresso l'infermiere che scopre che un suo paziente in realtà è un artista.

Da qui al film, c'è di mezzo un'altra realtà. Che è quella del mondo dell'arte contemporanea, del bluff e dei palliativi.

Perché l'infermiere sa da tempo che il suo paziente è un artista, e ne raccoglie mano a mano le opere, fino a che si decide a presentarle a una galleria, che inizialmente fa la schizzinosa ma poi lo vuole, e quando lo vuole, lo olia e lo compra in ogni modo possibile. Non che l'infermiere non sia disposto a farsi comprare.

Il bluff è tanto più grande quanto il mondo dell'arte in effetti lo consente. E al povero paziente, sottratto alla realtà della casa di cura e divenuto appendice del sedicente artista, non riesce nemmeno di protestare realmente, se non privandosi del proprio bisogno di esprimersi, di disegnare. Fino a che a quell'impulso dovrà ancora cederà, fino all'ultimo respiro.

La fotografia di questo film è molto bella, mentre poco azzeccata è la colonna sonora. In una Buenos Aires che nemmeno si riconosce. Il finale reale è da punto interrogativo, il vero finale, a mio parere, è alla fatidica frase "Sono un infermiere".

Non è un no, ma non è nemmeno un sì convinto. Sono comunque contenta di averlo visto.

sabato 10 ottobre 2009

Torino Monte dei Cappuccini


Ai primi di ottobre già iniziano i preparativi per le luci d'artista. O forse non sono mai stati tolti i tondi viola che illuminano come l'aureola di un santo questa chiesa e il suo monte?

Le macchine non potrebbero, ma si arrampicano lungo una ripida salita che porta allo spiazzo e affaccia sulla città. Ecco la Mole, con la merziana serie di Fibonacci già illuminata. Piazza Vittorio sembra molto più grande e bianca. Il grattacielo di Piazza Castello così lontano. E in lontananza ci sarebbero i monti, se non fosse notte e la giornata fosse limpida, si vedrebbero.

Le coppiette sembrano essersi rifugiate quassù per un po' di romanticismo e intimità, non c'è nessuno che non si abbracci o baci. Torino è la colonna sonora di fondo. La luna piena un'abat-jour da spegnere.

Torino - Ham & You

Ham and You è un posto in cui è sempre stato piacevole passare a pranzo a mangiare un'insalata al volo o qualche piatto semplice di affettati o quiche o qualche primo magari.

Poi per tutto l'inverno ha offerto un brunch ottimo davvero a soli 15 euro. Di quelli che quasi ti viene voglia di dargli di più perché la cucina è tutta casalinga e squisita davvero.

L'altra domenica quindi cercavamo un brunch piacevole, ma quando ci siamo seduti abbiamo scoperto che il brunch in effetti non c'era, e al suo posto offrivano un menu piuttosto banale sempre a 15 euro.

A farci desistere totalmente dal restare, tuttavia, è stata la scortesia di una cameriera nuova (non sarà cambiata gestione, mi chiedo?), davvero al limite della maleducazione.

Voto al vecchio Ham & You 8 ½, al nuovo Ham & You, 5 per la scortesia. Il cibo lo proverò, forse, un'altra volta.